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L’idea di viaggio

Conosco persone che partono in vacanza due volte all’anno, volando sopra oceani e continenti per raggiungere mete più o meno lontane più o meno esotiche. Senza mai viaggiare realmente, senza una vera idea di viaggio.

Come sanno tutti i veri viaggiatori, il viaggio non è solo spostamento del corpo da un luogo ad un altro. Il viaggio è uno stato mentale, una condizione dello spirito. Prima ancora di essere fisica il viaggio è metafisica.

Da quando il mondo si è rimpicciolito e ogni suo luogo si è trasformato in un pretesto per un tour all inclusive, l’unico modo per sfuggire alla trappola del turismo di massa è (ri)scoprire l’autenticità del viaggio. Il suo incanto.

Il viaggio nel passato:

Nell’antichità, l’idea di viaggio era considerata un vero e proprio cimento riservato all’uomo dotato di coraggio, tenacia ed intelligenza. Partire allora significava sfidare l’ignoto, attraversare territori sconosciuti ed entrare in contatto con usi e costumi affascinanti, spesso temibili. A volte letali.

Superate le ardue prove fisiche e mentali incontrate nell’epico girovagare, il premio per il viaggiatore eroe, era far ritorno alla madrepatria forte di un bottino di conoscenza ed esperienza tale da renderlo un uomo saggio e venerabile.

Il viaggio oggi:

Ma cosa rimane oggi dell’idea di viaggio incarnato dalla figura mitologica di Ulisse? In che modo si può tentare di rintracciarne lo spirito pur se nella concitata modernità di un viaggio tutto compreso?

La letteratura contemporanea offre moltissimi spunti di riflessione sul tema del viaggio. Secondo il poeta cileno Luis Sepúlveda, “Viaggiare è camminare verso l’orizzonte, incontrare l’altro, conoscere, scoprire e tornare più ricchi di quando si era iniziato il cammino”.

Marguerite Yourcenar, la scrittrice di audaci viaggi nel tempo e nello spazio, pensava che “il viaggio se fatto con intelligenza può diventare una scuola di resistenza, di stupefazione, quasi un’ascesi, un mezzo per perdere i propri pregiudizi, mettendoli in contatto con quelli dello straniero”.

L’autore di “In Patagonia”, Bruce Chatwin, considerava il viaggio un modo che l’individuo ha per proclamare la propria esistenza, per sfuggire alla realtà, per tornare libero, per porsi in un lontano altrove.

Poche semplici parole, stessi antichi concetti.

L’idea di viaggio:

Resiste l’idea del viaggio come percorso. Come capacità di relazionarsi con l’altro, in equilibrio tra attrazione e repulsione per tutto ciò che non si conosce e quindi un po’ si teme.

Il valore della scoperta; di luoghi nuovi, di culture diverse, di sapori che non ci appartengono, di un’aria mai respirata. La speranza dell’imprevisto, del contrattempo, dell’inconveniente che ci fa deragliare dal rigido programma di viaggio per condurci allo stupore.

La capacità di “guardare” i luoghi al di là della loro apparenza o della loro immagine stereotipata. Ricercare una prospettiva diversa in grado di mostrarci il lato nascosto ma non meno autentico delle cose.

Vivere i momenti:

Osservare per imprimere nella nostra memoria ciò che si offre ai nostri occhi senza frapporre continuamente il diaframma della fotocamera o la sagoma dello smartphone. D’altronde, se un attimo vale davvero la pena di essere vissuto allora forse non merita di essere (auto)ritratto.

A proposito della smania incontrollata di fotografare (e condividere) qualsiasi cosa in qualsiasi momento, vi ricordate cosa dice Sean O’Connell (Sean Penn), l’ineffabile fotografo nel film “I sogni segreti di Walter Mitty”? Dopo un viaggio pieno di avventure e peripezie alla ricerca del prezioso fotogramma 25 ritenuto smarrito, Walter Mitty (Ben Stiller) raggiunge il fotografo appostato sulle vette dell’Afghanistan intento a catturare l’immagine di un rarissimo leopardo delle nevi.

Quando finalmente il felino appare e il fotografo inspiegabilmente resta assorto ad osservarlo senza immortalarlo, Walter gli chiede timidamente “Quando pensi di scattarla…”. Sean allora gli risponde candidamente “Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto, non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci, dentro”.

La risposta quindi è sì. È ancora possibile vivere una dimensione del viaggio che appaghi l’esigenza ancestrale propria dell’essere umano. Quello della scoperta del mondo esteriore che ci circonda e di quello interiore che noi circondiamo, nella consapevolezza che come spesso accade nella vita, anche nel viaggio la vera essenza è l’inatteso.

 

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